1° Parte - Da New York a Portland


"Non c'è tempo, non c'è tempo!"

Un ragazzo alquanto contrariato mi invita a salire velocemente in quell'auto bianca e spostarmi da lì.
Alla mia destra, da una rampa sotterranea, sbuca un enorme SUV nero con i vetri oscurati e dei cerchi luccicanti che girano anche quando l'auto è ferma.
Non vedo chi guida ma sento il clacson minaccioso che intima di levarmi di torno.
Mi fiondo in auto, aggiusto alla meglio il sedile, premo il piede sul freno e cerco di girare la chiave ma non ci riesco. Attorno a me si forma un piccolo capannello di curiosi.
Solo a quel punto realizzo che l'addetto alle consegne aveva lasciato l'auto accesa e che, invece del freno, stavo premendo l'acceleratore facendo sbraitare il motore per qualche interminabile secondo.
L'addetto al noleggio si allontana di qualche passo preoccupato. Il proprietario del SUV si ammutolisce e attende silenzioso protetto dai suoi vetri scuri.
La folla attorno a me scatta qualche foto facendo finta di niente.
Anche se involontariamente, sono riuscito a farmi rispettare.
Prendo le misure di una pedaliera alquanto disassata sulla sinistra, metto in D, controllo lo specchietto e mi immetto in strada.
Qualche metro e realizzo che, nella confusione, non mi sono neppure accorto di che auto mi hanno consegnato.
Guardo il volante e vedo il logo Kia.
Una Kia?
Sul serio?
1.600 miglia nella patria dell'auto, una visita in programma a Detroit, la culla dell'automobilismo mondiale e io mi presento all'appuntamento con una Kia?
Non che abbia niente contro questa marca, anzi, ho apprezzato molto gli ultimi prodotti fatti di qualità, sostanza e design ricercato.
Ma arrivare a Detroit guidando una Kia è come presentarsi all'Oktoberfest bevendo una vodka. Non che una bevanda sia meglio dell'altra, semplicemente sono cose diverse.
Ho anche un'altra dubbio: “da quando le Kia sono lunghe quanto una limousine?”
Beh forse adesso sto esagerando ma di sicuro questa non è una Picanto.
Tornati in hotel per riprendere la valigie osservo la nostra nuova compagna di viaggio.
Una Kia Optima.


Mi guardo in giro e mi accorgo che questa vettura piace. Ne vedo passare altre due in pochi minuti.
Quindi ricapitoliamo: per i prossimi dieci giorni guideremo un'auto fatta in Corea per venire incontro ai raffinati standard di guida americani.
Improvvisamente quelle 1.600 miglia mi sembrano terribilmente lunghe.
Però i preconcetti non mi sono mai piaciuti e, iniziando da una cosa banale, è evidente che la linea di quest'auto è tutto tranne che brutta.
Muso aggressivo, linea di cintura altissima e un posteriore ricco di linee.
Dentro è più americana. Sedili enormi di stoffa, plastiche lucide e porta bicchieri.
Di nuovo per le vie di New York, di nuovo il navigatore fa i capricci.
Vuole farci uscire da Manhattan ma agli incroci, oscurato dai grattaceli, dimentica il tracciato.
Che poi, mica è difficile orientarsi in questa scacchiera fatta di Street e di Avenue.
Basta andare avanti di un blocco e girare a destra ripetendo il tutto fino a quando sarete sulla circonvallazione esterna o FDR Drive. Di qui puntate a Nord fino al R. Kennedy Bridge e poi sempre diritto per le successive 200 miglia.



Difficile?
No.
Trafficato?
Mai come sabato pomeriggio a Times Square.
Attraversiamo il Bronx in una mattinata dal cielo grigio e carico di pioggia.
Non credo che col sole questo posto migliori molto ma così, di sicuro, non invita certo a fermarsi.
Qualche accenno di curva nelle rampe per entrare ed uscire dalle statali mostra il comportamento tutto americano di quest'auto che invita ad una guida tranquilla.
Il sottosterzo che si avverte prepotente già affrontando brevi curve a velocità di codice la dice lunga sull’handling di quest'auto.
La periferia, quella dura e grigia delle grandi metropoli, lascia lentamente il posto a panorami più tranquilli per ricordarci che siamo comunque in America e gli spazi non sono mai un problema.
Così, anche in una città di otto milioni di persone, basta un’oretta di auto per ritrovarsi tra i boschi.


In queste condizioni, in una strada diritta dai limiti di velocità pisolosi, quest'auto si rivela perfetta nella sua anima più profonda. Comodissima, spaziosa, divoratrice di miglia, fatta per durare a lungo.
Non bisogna mai giudicare un'auto secondo i propri canoni ma bisognerebbe sempre osservarla nell'ambiente in cui è inserita.
Quì, mentre corre (si fa per dire) lungo una strada dritta e interminabile, penso a quanti km gli ingegneri della Kia avranno dovuto fare per costruire il comportamento di questa Optima.
Un centinaio di miglia più tardi la natura chiama e la pausa caffè ci permette di sgranchirci le gambe in un paesino fatto di concessionarie multi-marca, un centro commerciale e un distributore di benzina.
Tutto attorno parcheggi e le indicazioni per ritornare sull'Highway.
E' ora di riprendere la via per Boston questa volta da passeggero.
Salgo, anzi no... scendo. Mi calo in un sedile dalla seduta rasoterra.
Non capisco, il posto guida era assolutamente normale. Laggiù, rannicchiato in un angolino sotto la plancia, mi guardo attorno.
Mi sento piccolo piccolo, faccio fatica a vedere fuori e non ne capisco il senso. Forse la linea di cintura alta, unita ad una seduta bassa, aumenta quella sensazione di avvolgimento che dovrebbe farti sentire più protetto.
Al momento mi sembra di essere tornato un bimbo di cinque anni appena caricato in auto dalla mamma dopo aver fatto la spesa.


Di nuovo in strada per accorgermi di un altro problema; l'insonorizzazione della vettura non é delle migliori, sia per quanto riguarda il rotolamento degli pneumatici sia per i frusci aerodinamici generati principalmente dagli enormi specchietti retrovisori.
Passiamo accanto a cittadine dai nomi tutti uguali, Bridgeport, Milford, West Haven, New Haven, Southbridge senza che il paesaggio cambi.
Finalmente, dietro al grigio di una giornata decisamente nuvolosa, lo skyline di Boston. Come Philadelphia e New York un muro di grattacieli disegna il nostro punto di arrivo.
Un tunnel e poi, subito fuori, Boston.



Visto che solo chi possiede una carta di credito platino può permettersi di soggiornare in questa città piena di storia e, a quanto pare, di miliardari, il nostro hotel è decisamente fuori dal centro quindi decidiamo di lasciare l'auto per un paio di ore e iniziare subito, passeggiando, la lezione di storia americana.
Troviamo un parcheggio decisamente in centro. Vorremmo guardare le tariffe ma all'ingresso non c'è scritto nulla. Iniziamo a scendere la rampa fino alla sbarra di accesso.
"Aprite il bagagliaio", intima l'addetto in tuta blu e guanti bianchi.
"Iniziamo bene" penso tra me senza avere il coraggio di controbattere al minaccioso custode.
Sprofondato nel sedile del passeggero non vedo cosa succede lì dietro, nel bagagliaio dove sono perfettamente incastrate, come in un gioco di abile prestigio, tre valigie grandi, due zaini, due borse e una serie di pacchi, pacchetti e pacchettini dall'aspetto più che sospetto.
Mi preparo già a dover scendere e aprire uno per uno i nostri bagagli, invece no.
Il ragazzo dalle maniere brusche diventa ancora più incazzoso e ci fa segno di levarci di lì.
Ritiriamo un ticket con tariffa misteriosa e iniziamo la discesa nei meandri del parcheggio sotterraneo.
Boston è magicamente affascinante, così europea nel suo essere americana, così ricca di storia nel suo essere moderna.
Ma siamo in giro dalla mattina e il tempo bizzoso non aiuta la visita. E' tempo di andare in albergo.
Sono ormai le otto quando torniamo al parcheggio. Non c'è più nessuno né all'ingresso, né all'uscita. Chissà, forse la sera criminali e terroristi non parcheggiano.
Paghiamo 35 dollari per poco meno di quattro ore di sosta. Mi correggo, forse criminali e terroristi non hanno abbastanza soldi per permettersi questo parcheggio.
Dall'auto cerco di scrutare l'imponenza della storia che aleggia attorno a questa città ma il traffico me lo impedisce.


Attraversiamo un ponte in ferro appositamente progettato per fare un inquietante rumore quando le ruote vi scorrono sopra.
Arriviamo nella zona del porto, sembra di essere in un'altra città eppure non siamo così distanti dal centro.
Entriamo in una zona dove tutto comincia per Constitution. Il quartiere ospita una base navale e una accademia per militari e si vede.
Non c'è altro che non siano casette ordinate e via numerate. E' sera, pioviggina e la zona sembra più disabitata di quanto non sia in realtà.
L'albergo ha una convenzione con un parcheggio multi-piano lì vicino.
Scarichiamo i bagagli e portiamo subito la macchina al posteggio vogliosi di sprofondare a letto.
Sono ormai le nove di sera passate e per le strade non c’è anima viva.
L'immancabile rampa a vite porta al secondo piano di un garage deserto. Poche macchine parcheggiate, fuori è buio e c'è una costante pioggerellina che si trasforma in nebbia sui fanali delle poche auto che incrociamo.
Scendo dall'auto, chiudo la pesante porta della Kia. Il tonfo della portiera riecheggia in quell’enorme scatolone di cemento.
Mi guardo intorno e sento solo silenzio. Una tubatura gocciola in lontananza e, immancabile come il maggiordomo in un film giallo, là in fondo, nell'angolo più nascosto del parcheggio, il ronzio di una luce al neon intermittente.
Mi affretto a trovare l'uscita e raggiungere l'albergo.
Domani è un'altro giorno per noi e per la nostra Kia.
La mattina dopo cerchiamo di spacciarci per universitari. Direzione Harvard. Ai miei tempi non si andava all’università in macchina perché non c’era parcheggio nei dintorni.


Quì non si va a lezione in macchina perché, se studi da queste parti, nel prezzo della tassa universitaria ti danno anche l’alloggio nei pressi del complesso universitario.
Hai anche altre servizi compresi nel prezzo annuo di iscrizione. Palestre, piscina coperta olimpionica, mensa, aree studi attrezzati con PC di ultima generazione, wireless ovunque.
Va detto che la retta annua equivale al costo di due Kia Optima quindi, l'aspettativa di chi si iscrive ad un corso da queste parti, è normale sia abbastanza alta.
Siamo fuori posto, per l’età, per il nostro status sociale e per la nostra carriera scolastica. Solo la nostra auto è adeguata alla situazione. Lei, quì, è perfetta.
Grande come piace agli americani, dalla forma sportiva come piace ai giovani, poco assetata (per gli standard americani) come piace ai papà che devono pagare la benzina e sicura come piace alle mamme sempre in ansia per i figli fuori casa.
La mattina seguente usciamo da Boston accompagnati da grandi nuvole cariche di pioggia e aria fresca fiduciosi di trovare qualche bar dove fare colazione.


Ci sbagliamo. Una ventina di km più in là di grigia autostrada e sobborghi più o meno degradati troviamo un distributore di benzina con annesso Dunkin Donuts.
Andiamo alla cassa tra un orange juice e del liquido refrigerante.
Ciambelle e benzina baby questa è l'America su quattro-ruote.
Parcheggiati tra due camion gustiamo un donuts freddo e un litro di caffè americano bollente da dividerci in tre mentre sul parabrezza le prime gocce di pioggia iniziano a bagnare la nostra Kia.
La strada è sempre la stessa, una Interstate lunga e larga, poco trafficata, che incrocia periferie in bianco e nero per poi tuffarsi in panorami boscosi e verdi.
Mi perdo a guardare il contagiri. Il suo scopo è quello di puntare sempre ad un regime costante di circa 2.000 giri. Faccio di tutto per ingannarlo ma lui è un tipo fedele e vuole rimanere lì, vicino a quel 2x1.000 rpm a cui sembra tanto affezionato.
Comodo ma non molto eccitante se ti piace guidare.
La pioggia aumenta così come il vento ma la nostra Kia non fa una grinza. La velocità del tergi diventa frenetica e le pozzanghere si fanno sempre più fonde.


La Kia affonda e spruzza acqua da tutte le parti senza mai perdere direzionalità. Lo sterzo, non propriamente rapido e pronto è perfetto in questa situazione intento a suggerire cambi di rotta leggeri e delicati che permettono di galleggiare alla velocità massima consentita dal codice.
Portland sarà una tappa bagnata.

La storia continua a bordo della nostra Kia Optima da Portland a Toronto. (Coming Soon).





Nessun commento:

Posta un commento