"Non c'è tempo, non c'è tempo!"
Un ragazzo
alquanto contrariato mi invita a salire velocemente in quell'auto bianca e
spostarmi da lì.
Alla mia
destra, da una rampa sotterranea, sbuca un enorme SUV nero con i vetri oscurati
e dei cerchi luccicanti che girano anche quando l'auto è ferma.
Non vedo chi
guida ma sento il clacson minaccioso che intima di levarmi di torno.
Mi fiondo in
auto, aggiusto alla meglio il sedile, premo il piede sul freno e cerco di
girare la chiave ma non ci riesco. Attorno a me si forma un piccolo capannello
di curiosi.
Solo a quel
punto realizzo che l'addetto alle consegne aveva lasciato l'auto accesa e che,
invece del freno, stavo premendo l'acceleratore facendo sbraitare il motore per qualche interminabile secondo.
L'addetto al
noleggio si allontana di qualche passo preoccupato. Il proprietario del SUV si
ammutolisce e attende silenzioso protetto dai suoi vetri scuri.
La folla
attorno a me scatta qualche foto facendo finta di niente.
Anche se
involontariamente, sono riuscito a farmi rispettare.
Prendo le
misure di una pedaliera alquanto disassata sulla sinistra, metto in D,
controllo lo specchietto e mi immetto in strada.
Qualche metro
e realizzo che, nella confusione, non mi sono neppure accorto di che auto mi hanno
consegnato.
Guardo il
volante e vedo il logo Kia.
Una Kia?
Sul serio?
1.600 miglia
nella patria dell'auto, una visita in programma a Detroit, la culla
dell'automobilismo mondiale e io mi presento all'appuntamento con una Kia?
Non che abbia
niente contro questa marca, anzi, ho apprezzato molto gli ultimi prodotti
fatti di qualità, sostanza e design ricercato.
Ma arrivare
a Detroit guidando
una Kia è come presentarsi all'Oktoberfest bevendo
una vodka. Non che una bevanda sia meglio dell'altra, semplicemente sono cose
diverse.
Ho anche
un'altra dubbio: “da quando le Kia sono lunghe quanto una limousine?”
Beh forse
adesso sto esagerando ma di sicuro questa non è una Picanto.
Tornati in
hotel per riprendere la valigie osservo la nostra
nuova compagna di viaggio.
Una Kia
Optima.
Mi guardo in
giro e mi accorgo che questa vettura piace. Ne vedo passare altre due in pochi
minuti.
Quindi
ricapitoliamo: per i prossimi dieci giorni guideremo un'auto fatta in Corea per
venire incontro ai raffinati standard di guida americani.
Improvvisamente
quelle 1.600 miglia mi sembrano terribilmente lunghe.
Però i preconcetti
non mi sono mai piaciuti e, iniziando da una cosa banale, è evidente che la
linea di quest'auto è tutto tranne che brutta.
Muso
aggressivo, linea di cintura altissima e un posteriore ricco di linee.
Dentro è più
americana. Sedili enormi di stoffa, plastiche lucide e porta bicchieri.
Di nuovo per
le vie di New York, di nuovo il navigatore fa i capricci.
Vuole farci
uscire da Manhattan ma agli incroci, oscurato dai grattaceli, dimentica il
tracciato.
Che poi, mica
è difficile orientarsi in questa scacchiera fatta di Street e di Avenue.
Basta andare
avanti di un blocco e girare a destra ripetendo il tutto fino a quando sarete
sulla circonvallazione esterna o FDR Drive. Di qui puntate a Nord fino
al R.
Kennedy Bridge e
poi sempre diritto per le successive 200 miglia.
Difficile?
No.
Trafficato?
Mai come
sabato pomeriggio a Times Square.
Attraversiamo
il Bronx in una
mattinata dal cielo grigio e carico di pioggia.
Non credo che
col sole questo posto migliori molto ma così, di sicuro, non invita certo a
fermarsi.
Qualche
accenno di curva nelle rampe per entrare ed uscire dalle statali mostra il
comportamento tutto americano di quest'auto che invita ad una guida tranquilla.
Il
sottosterzo che si avverte prepotente già affrontando brevi curve a velocità di
codice la dice lunga sull’handling di quest'auto.
La periferia,
quella dura e grigia delle grandi metropoli, lascia lentamente il posto a
panorami più tranquilli per ricordarci che siamo comunque in America e gli
spazi non sono mai un problema.
Così, anche
in una città di otto milioni di persone, basta un’oretta di auto per ritrovarsi
tra i boschi.
In queste
condizioni, in una strada diritta dai limiti di velocità pisolosi, quest'auto si rivela perfetta nella sua anima più
profonda. Comodissima, spaziosa, divoratrice di miglia, fatta per durare a
lungo.
Non bisogna
mai giudicare un'auto secondo i propri canoni ma bisognerebbe sempre osservarla
nell'ambiente in cui è inserita.
Quì, mentre
corre (si fa per dire) lungo una strada dritta e interminabile, penso a quanti
km gli ingegneri della Kia avranno dovuto fare per costruire il comportamento
di questa Optima.
Un centinaio
di miglia più tardi la natura chiama e la pausa caffè ci permette di
sgranchirci le gambe in un paesino fatto di concessionarie multi-marca, un
centro commerciale e un distributore di benzina.
Tutto attorno
parcheggi e le indicazioni per ritornare sull'Highway.
E' ora di
riprendere la via per Boston questa volta da passeggero.
Salgo, anzi no...
scendo. Mi calo in un sedile dalla seduta rasoterra.
Non capisco,
il posto guida era assolutamente normale. Laggiù, rannicchiato in un angolino
sotto la plancia, mi guardo attorno.
Mi sento
piccolo piccolo, faccio fatica a vedere fuori e non ne capisco il senso. Forse
la linea di cintura alta, unita ad una seduta bassa, aumenta quella sensazione
di avvolgimento che dovrebbe farti sentire più protetto.
Al momento mi
sembra di essere tornato un bimbo di cinque anni appena caricato in auto dalla mamma
dopo aver fatto la spesa.
Di nuovo in
strada per accorgermi di un altro problema; l'insonorizzazione della vettura
non é delle migliori, sia per quanto riguarda il rotolamento degli pneumatici
sia per i frusci aerodinamici generati principalmente dagli enormi specchietti
retrovisori.
Passiamo
accanto a cittadine dai nomi tutti uguali, Bridgeport, Milford, West Haven, New
Haven, Southbridge senza che il paesaggio cambi.
Finalmente,
dietro al grigio di una giornata decisamente nuvolosa, lo skyline di Boston.
Come Philadelphia e New York un muro di grattacieli disegna il nostro punto di
arrivo.
Un tunnel e
poi, subito fuori, Boston.
Visto che
solo chi possiede una carta di credito platino può permettersi di soggiornare
in questa città piena di storia e, a quanto pare, di miliardari, il nostro
hotel è decisamente fuori dal centro quindi decidiamo di lasciare l'auto per un
paio di ore e iniziare subito, passeggiando, la lezione di storia americana.
Troviamo un
parcheggio decisamente in centro. Vorremmo guardare le tariffe ma all'ingresso
non c'è scritto nulla. Iniziamo a scendere la rampa fino alla sbarra di
accesso.
"Aprite
il bagagliaio", intima l'addetto in tuta blu e guanti bianchi.
"Iniziamo
bene" penso tra me senza avere il coraggio di controbattere al minaccioso
custode.
Sprofondato
nel sedile del passeggero non vedo cosa succede lì dietro, nel bagagliaio dove
sono perfettamente incastrate, come in un gioco di abile prestigio, tre valigie
grandi, due zaini, due borse e una serie di pacchi, pacchetti e pacchettini
dall'aspetto più che sospetto.
Mi preparo
già a dover scendere e aprire uno per uno i nostri bagagli, invece no.
Il ragazzo
dalle maniere brusche diventa ancora più incazzoso e ci fa segno di levarci di
lì.
Ritiriamo un
ticket con tariffa misteriosa e iniziamo la discesa nei meandri del parcheggio
sotterraneo.
Boston è
magicamente affascinante, così europea nel suo essere americana, così ricca di
storia nel suo essere moderna.
Ma siamo in
giro dalla mattina e il tempo bizzoso non aiuta la visita. E' tempo di andare
in albergo.
Sono ormai le
otto quando torniamo al parcheggio. Non c'è più nessuno né all'ingresso, né
all'uscita. Chissà, forse la sera criminali e terroristi non parcheggiano.
Paghiamo 35
dollari per poco meno di quattro ore di sosta. Mi correggo, forse criminali e
terroristi non hanno abbastanza soldi per permettersi questo parcheggio.
Dall'auto
cerco di scrutare l'imponenza della storia che aleggia attorno a questa città
ma il traffico me lo impedisce.
Attraversiamo
un ponte in ferro appositamente progettato per fare un inquietante rumore
quando le ruote vi scorrono sopra.
Arriviamo
nella zona del porto, sembra di essere in un'altra città eppure non siamo così
distanti dal centro.
Entriamo in
una zona dove tutto comincia per Constitution.
Il quartiere ospita una base navale e una accademia per militari e si vede.
Non c'è altro che non siano casette ordinate e via numerate. E' sera, pioviggina e la zona
sembra più disabitata di quanto non sia in realtà.
L'albergo ha
una convenzione con un parcheggio multi-piano lì vicino.
Scarichiamo i
bagagli e portiamo subito la macchina al posteggio vogliosi di sprofondare a
letto.
Sono ormai le
nove di sera passate e per le strade non c’è anima viva.
L'immancabile
rampa a vite porta al secondo piano di un garage deserto. Poche macchine
parcheggiate, fuori è buio e c'è una costante pioggerellina che si trasforma in
nebbia sui fanali delle poche auto che incrociamo.
Scendo dall'auto,
chiudo la pesante porta della Kia. Il tonfo della portiera riecheggia in
quell’enorme scatolone di cemento.
Mi guardo
intorno e sento solo silenzio. Una tubatura gocciola in lontananza e,
immancabile come il maggiordomo in un film giallo, là in fondo, nell'angolo più
nascosto del parcheggio, il ronzio di una luce al neon intermittente.
Mi affretto a
trovare l'uscita e raggiungere l'albergo.
Domani è
un'altro giorno per noi e per la nostra Kia.
La mattina
dopo cerchiamo di spacciarci per universitari. Direzione Harvard. Ai miei tempi non si andava
all’università in macchina perché non c’era parcheggio nei dintorni.
Quì non si va
a lezione in macchina perché, se studi da queste parti, nel prezzo della tassa
universitaria ti danno anche l’alloggio nei pressi del complesso universitario.
Hai anche
altre servizi compresi nel prezzo annuo di iscrizione. Palestre, piscina
coperta olimpionica, mensa, aree studi attrezzati con PC di ultima generazione,
wireless ovunque.
Va detto che
la retta annua equivale al costo di due Kia Optima quindi, l'aspettativa di chi si iscrive ad un corso da queste parti, è normale sia abbastanza
alta.
Siamo fuori
posto, per l’età, per il nostro status sociale e per la nostra carriera
scolastica. Solo la nostra auto è adeguata alla situazione. Lei, quì, è perfetta.
Grande come
piace agli americani, dalla forma sportiva come piace ai giovani, poco assetata
(per gli standard americani) come piace ai papà che devono pagare la benzina e
sicura come piace alle mamme sempre in ansia per i figli fuori casa.
La mattina
seguente usciamo da Boston accompagnati da grandi nuvole cariche di pioggia e
aria fresca fiduciosi di trovare qualche bar dove fare colazione.
Ci sbagliamo.
Una ventina di km più in là di grigia autostrada e sobborghi più o meno
degradati troviamo un distributore di benzina con annesso Dunkin Donuts.
Andiamo alla
cassa tra un orange juice e del liquido refrigerante.
Ciambelle e
benzina baby questa è l'America su quattro-ruote.
Parcheggiati
tra due camion gustiamo un donuts freddo e un litro di caffè americano bollente
da dividerci in tre mentre sul parabrezza le prime gocce di pioggia iniziano a
bagnare la nostra Kia.
La strada è
sempre la stessa, una Interstate lunga e larga, poco trafficata, che incrocia
periferie in bianco e nero per poi tuffarsi in panorami boscosi e verdi.
Mi perdo a
guardare il contagiri. Il suo scopo è quello di puntare sempre ad un regime
costante di circa 2.000 giri. Faccio di tutto per ingannarlo ma lui è un tipo
fedele e vuole rimanere lì, vicino a quel 2x1.000 rpm a cui sembra tanto affezionato.
Comodo ma non
molto eccitante se ti piace guidare.
La pioggia
aumenta così come il vento ma la nostra Kia non fa una grinza. La velocità del
tergi diventa frenetica e le pozzanghere si fanno sempre più fonde.
La Kia
affonda e spruzza acqua da tutte le parti senza mai perdere direzionalità. Lo
sterzo, non propriamente rapido e pronto è perfetto in questa situazione
intento a suggerire cambi di rotta leggeri e delicati che permettono di
galleggiare alla velocità massima consentita dal codice.
Portland sarà
una tappa bagnata.
La storia
continua a bordo della nostra Kia Optima da Portland a Toronto. (Coming Soon).








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