Guardo verso
il basso e non vedo più i miei piedi.
Solo acqua e,
sotto la superficie bagnata, verdi ciuffi d'erba.
Sceso dall'auto
per fotografare una panchina vuota che scruta l'oceano in una
giornata tempestosa non mi sono accorto che, il prato lì di fronte, era in
realtà una enorme pozzanghera.
Non siamo
neanche a metà dei 450 km che dobbiamo fare oggi per arrivare a Montreal e io sono
immerso nell'acqua gelata fino al ginocchio.
L'unico paio
di jeans che ho portato via sono fradici, i calzini sono zuppi e, se è
vero quanto dice la pubblicità che le mie scarpe da ginnastica in tela respirano,
allora ci sono buone possibilità che le abbia appena annegate.
La costa del
Maine e l'Oceano Atlantico, gonfiato dalla furia degli elementi, ci stanno dando
qualche problema.
Guardo il
faro di Cape Elizabeth e guardo la nostra Kia. Oggi sarà l'auto a darmi il riparo di cui ho bisogno.
Mentre cerco
di asciugarmi, con i pantaloni raggomitolati fino alle ginocchia apprezzo lo spazio dei sedili posteriori di
questa berlina coreana.
Laggiù, dietro ad un
muro di acqua, c'è Portland. Dev'essere una cittadina graziosa se si
riuscisse a intravedere qualcosa oltre quelle enormi gocce di acqua che
scivolano lungo i vetri posteriori.
E' giugno inoltrato e siamo fermi a mangiare una zuppa bollente mentre fuori il vento e la pioggia si abbattono su questa piccola città di mare.
Torniamo a Cape Elizabeth per qualche altra foto, questa volta evitando i prati.
Dobbiamo rimetterci in macchina. Questa sera dobbiamo essere a Montréal, Québec, Canada, 280 miglia più a Nord.Torniamo a Cape Elizabeth per qualche altra foto, questa volta evitando i prati.
A mano a mano che ci allontaniamo dalla costa il tempo migliora e le strade anche. Siamo diretti verso la "White Mountain National Forest" una catena montuosa da scavallare da parte a parte.
Il paesaggio si fa via via più montano mentre l'altezza sale.
Piccoli paesi di montagna scivolano velocemente, uno dopo l'altro. Come in California poche case, un distributore di benzina, uno shop per i beni di prima necessità e nient'altro.
Solo che questo è un paesaggio alpino, con le case dai tetti a punta e le cime delle montagne in sottofondo.
Anche negli Stati Uniti esistono le curve. Non siamo certo sull'auto giusta per divertirsi. La Kia mette in luce un sottosterzo evidente e una lentezza negli appoggi abbastanza fastidiosa.
In compenso i km scorrono senza pesare. Meglio così anche perché qui, di posti dove fermarsi non se ne vedono.
Solo strada, boschi, montagne e case in mezzo al nulla che espongono bandiere americane e avvisi poco cortesi nei confronti di eventuali scocciatori.
Continuiamo per queste stradine per una buona mezz'ora sempre più dispersi nel nulla fino ad incrociare, non so come, non so dove, una Interstate, due corsie per senso di marcia divise da un enorme spazio verde.
Il navigatore dice di andare diritti per le successive 140 miglia, poi tenersi pronti per svoltare leggermente a sinistra.
La nostra Kia procede spedita senza mostrare alcun segno di fatica, noi un po' meno.
L'ultimo pasto, che non fosse un sacchetto di patatine, lo abbiamo fatto a Portland cinque ore prima.
L'auto potrebbe andare avanti senza soste fino in Canada, i suoi passeggeri hanno bisogno di una pausa per cena.
Prossima uscita Lyndonville.
Subito fuori dall'Interstate troviamo un piccolo distributore di benzina. Ci fermiamo e chiediamo ad una anziana signora dove potremmo mangiare.
Non sembra molto abituata ai turisti. Dal suo sguardo non capisco se è contenta che dei turisti si fermino nella sua città o, più probabilmente, se si stia chiedendo perché tre cosi umidicci vogliano mangiare in un posto a malapena segnato nelle mappe, da qualche parte nello stato del Vermont.
Più per pietà che per convinzione, ci invita a tirare diritto al centro del paese, a pochi minuti da lì.
Inizia a calare il buio e attorno a noi non si vede nulla che assomigli ad un centro abitato.
Invece Lyndonville non solo esiste ma oggi è pure in festa.
La via principale della città è chiusa e affollata di persone. C'è tutto quello che serve in una festa di paese: il Karaoke, i banchetti con l'artigianato locale, l'ubriaco che, con il gippone, cerca di investirci.
Troviamo una pizzeria aperta, ordiniamo una margherita media e facciamo fatica a finirla in tre.
Rimaniamo qualche minuto a camminare per Lyndonville, accogliente nel suo essere immersa nel nulla e collegata al resto del mondo tramite una Interstate.
Qua la gente sembra contenta. Poche case in stile coloniale, una chiesetta col tetto a punta e la festa del paese dove una signora canta stonata.
Sono le sette passate e siamo ancora negli Stati Uniti. Stasera abbiamo un albergo prenotato in Canada. Dobbiamo davvero andare.
A salutarci un ponticello in stile "I ponti di Madison Country" dall'aspetto inquietante.
Di nuovo sulla I-93 verso Nord.
Ormai è buio e, se di giorno questa strada non dev'essere particolarmente trafficata, all'imbrunire incrociare i fari di un'altro veicolo è un'impresa.
Una strada lunga e buia per pensare a quanto l'auto sia il modello di libertà individuale per eccellenza. Cosa rappresenta e quanto pesano le quattro ruote in un viaggio lo capisci solo quando realizzi di essere padrone di decidere dove, se e quando andare.
Quando la strada e la distanza non ti pesano più e l'arrivo è solo un momento del viaggio.
Quando, mesi dopo, a mente fredda, ci ripensi e la prima cosa che ti viene in mente sono le strade invece delle città o le colazioni in macchina invece delle cene al ristorante.
Se è vero che la casa coreana crede talmente nell'affidabilità dei suoi prodotti, tanto da garantirli per sette anni, questo sarebbe un buon momento per darcene dimostrazione perché, se quest'auto si ferma adesso, l'unico a cui potremmo chiedere aiuto è l'orso che, sicuramente, è nascosto dietro a quei cespugli ai margini della strada.
Siamo in macchina da ore e il paesaggio è rimasto sempre lo stesso.
Fuori ormai è completamente buio e la strada è illuminata solo dai cartelli che i nostri fari accendono quando la curva è ormai troppo vicina. E' anche vero che, di curve, da queste parti, non ce n'è traccia.

La guardia al confine canadese questa sera non sembra molto indaffarata.
Prima di noi... nessuno.
Dietro a noi... nessuno.
Guarda i passaporti, butta l'occhio nel sedile posteriore pieno di sacchetti di caramelle, sacchetti di patatine e sacchetti di calzini bagnati da Portland.
Mette un timbro e ci augura buona permanenza e buon viaggio.
Siamo in Canada e si vede perché adesso i cartelli dei limiti di velocità sono in Km/h e non più in miglia.
Mi sento già a casa.
Mancano ancora un'ora e mezza al nostro albergo e l'unica cosa che possiamo fare è sgranocchiare biscotti all'acero talmente dolci da farti cariare all'istante la dentiera.
Passiamo città come Magog, Bromont, Rougemont, tanto piccole e distanti dalla strada da non riuscire a intravederne neppure le luci, in compenso ha ricominciato a piovere.
Poca roba rispetto a Portland ma questa perturbazione sembra avere un piano ferie identico al nostro.
Là in fondo, dietro un ponte, si intravedono, tremolanti dai finestrini bagnati, i grattacieli della nostra prima città canadese.
E' tardi ma tutto il traffico che non abbiamo trovato durante questo pomeriggio è concentrato sulle brulicanti strade di Montrèal.
Il navigatore non azzecca una indicazione neanche a farlo apposta. Le poche vie che ci suggerisce sono tutte chiuse per lavori, la pioggia crea confusione e la stanchezza fa il resto. Siamo a tre miglia dall'albergo e continuiamo a girare a vuoto senza trovarlo.
Ancora una volta le mappe dei telefoni ci tirano fuori dai guai.
Portland - Montreal, 280 miglia, 5,30 ore di guida, un passo montano, una sosta in un paese fuori dal tempo, con annesso tentato omicidio e tantissima pioggia.
Noi siamo esausti, lei, la coreana dai sette anni di garanzia, no.
La riprendo per portarla al parcheggio dell'albergo dopo il check in.
Di solito le case automobilistiche per sponsorizzare le proprie auto si ispirano ad animali feroci, aggressivi, agili.
Non me ne vogliano alla Kia ma, sarà stata la stanchezza mentre mi allontanavo, lasciandola al parcheggio, ma l'unico animale a cui riuscivo ad associare la nostra compagna di viaggio era un enorme San Bernardo bianco con tanto di fiaschetta al collo.
Fermo nella sua cuccia, tutto bagnato, scalpitante per uscire di nuovo dopo una corsa in un prato e un po' mi dispiace lasciarla lì, per la notte, tutta sola.
A Montrèal il nostro "cane di salvataggio" ci serve per raggiungere il punto panoramico posto sulla sommità di un parco che guarda la città dall'alto.
Il traffico c'è, inutile negarlo, ed è anche intenso ma non così scorbutico come nelle città americane. Inoltre, in occasione dei campionati del mondo di calcio, Montrèal rivela la sua faccia di città multiculturale e meta di immigrazione da tutto il mondo anche nei suoi ingorghi. Tutte le macchine espongono bandierine della propria nazionale e il risultato è sorprendente. Un fiume di bandiere che avanza lento e colorato lungo la strada.
Posso dire che non ho ricordi della strada da Montreal a Ottawa?
Ricordo solo che avevo fame quando siamo arrivati e che la città mi è piaciuta subito a pelle. E' piccola, è graziosa, è curata ed ha un ché di vecchia Europa.
La giri senza bisogno di auto e la ricorderò con infinito affetto per averci permesso, dopo averla vista, di passare qualche ora in albergo a poltrire.
Posso dire che neppure della strada verso Toronto ricordo granché?
E, se in parte questi preoccupanti vuoti di memoria sono riconducibili all'età che galoppa, è anche vero che le Interstate che collegano queste città non fanno nulla per stuzzicare la mente.
Lunghe, grigie, piatte e per la maggior parte del tempo vuote.

Sarà per quella strana torre a forma di calippo ma lo skyline di Toronto ricorda vagamente quello di Berlino.
Toronto ha qualche problema di viabilità in più rispetto alle precedenti città canadesi. Molto traffico, molto casino, molti lavori in corso, molti suonatori di clacson.
In compenso ora che ho preso le dimensioni del mio cane da riporto bianco il traffico non è più un problema.
Lo è, invece, ancora una volta, il costo dei parcheggi. Alla fine ci facciamo rapinare dal parking ufficiale dell'albergo e, visto la cifra pagata, lasciamo le chiavi al car-vallet.
Odio avere la macchina e non poter tenere le chiavi in tasca. E se mi serve all'improvviso? E se c'è lo sciopero selvaggio dei parcheggiatori?
E se sto antipatico all'omino coi guanti e mi rifà la fiancata?
Ma queste sono paranoie solo mie, lo so.
Continua sulla terza e ultima tappa del viaggio. Toronto - Cascate del Niagara - Detroit - Chicago.
(Coming Soon)
Il paesaggio si fa via via più montano mentre l'altezza sale.
Piccoli paesi di montagna scivolano velocemente, uno dopo l'altro. Come in California poche case, un distributore di benzina, uno shop per i beni di prima necessità e nient'altro.
Solo che questo è un paesaggio alpino, con le case dai tetti a punta e le cime delle montagne in sottofondo.
Anche negli Stati Uniti esistono le curve. Non siamo certo sull'auto giusta per divertirsi. La Kia mette in luce un sottosterzo evidente e una lentezza negli appoggi abbastanza fastidiosa.
In compenso i km scorrono senza pesare. Meglio così anche perché qui, di posti dove fermarsi non se ne vedono.
Solo strada, boschi, montagne e case in mezzo al nulla che espongono bandiere americane e avvisi poco cortesi nei confronti di eventuali scocciatori.
Continuiamo per queste stradine per una buona mezz'ora sempre più dispersi nel nulla fino ad incrociare, non so come, non so dove, una Interstate, due corsie per senso di marcia divise da un enorme spazio verde.
Il navigatore dice di andare diritti per le successive 140 miglia, poi tenersi pronti per svoltare leggermente a sinistra.
La nostra Kia procede spedita senza mostrare alcun segno di fatica, noi un po' meno.
L'ultimo pasto, che non fosse un sacchetto di patatine, lo abbiamo fatto a Portland cinque ore prima.
L'auto potrebbe andare avanti senza soste fino in Canada, i suoi passeggeri hanno bisogno di una pausa per cena.
Prossima uscita Lyndonville.
Subito fuori dall'Interstate troviamo un piccolo distributore di benzina. Ci fermiamo e chiediamo ad una anziana signora dove potremmo mangiare.
Non sembra molto abituata ai turisti. Dal suo sguardo non capisco se è contenta che dei turisti si fermino nella sua città o, più probabilmente, se si stia chiedendo perché tre cosi umidicci vogliano mangiare in un posto a malapena segnato nelle mappe, da qualche parte nello stato del Vermont.
Più per pietà che per convinzione, ci invita a tirare diritto al centro del paese, a pochi minuti da lì.
Inizia a calare il buio e attorno a noi non si vede nulla che assomigli ad un centro abitato.
Invece Lyndonville non solo esiste ma oggi è pure in festa.
La via principale della città è chiusa e affollata di persone. C'è tutto quello che serve in una festa di paese: il Karaoke, i banchetti con l'artigianato locale, l'ubriaco che, con il gippone, cerca di investirci.
Troviamo una pizzeria aperta, ordiniamo una margherita media e facciamo fatica a finirla in tre.
Rimaniamo qualche minuto a camminare per Lyndonville, accogliente nel suo essere immersa nel nulla e collegata al resto del mondo tramite una Interstate.
Qua la gente sembra contenta. Poche case in stile coloniale, una chiesetta col tetto a punta e la festa del paese dove una signora canta stonata.
Sono le sette passate e siamo ancora negli Stati Uniti. Stasera abbiamo un albergo prenotato in Canada. Dobbiamo davvero andare.
A salutarci un ponticello in stile "I ponti di Madison Country" dall'aspetto inquietante.
Di nuovo sulla I-93 verso Nord.
Ormai è buio e, se di giorno questa strada non dev'essere particolarmente trafficata, all'imbrunire incrociare i fari di un'altro veicolo è un'impresa.
Una strada lunga e buia per pensare a quanto l'auto sia il modello di libertà individuale per eccellenza. Cosa rappresenta e quanto pesano le quattro ruote in un viaggio lo capisci solo quando realizzi di essere padrone di decidere dove, se e quando andare.
Quando la strada e la distanza non ti pesano più e l'arrivo è solo un momento del viaggio.
Quando, mesi dopo, a mente fredda, ci ripensi e la prima cosa che ti viene in mente sono le strade invece delle città o le colazioni in macchina invece delle cene al ristorante.
Se è vero che la casa coreana crede talmente nell'affidabilità dei suoi prodotti, tanto da garantirli per sette anni, questo sarebbe un buon momento per darcene dimostrazione perché, se quest'auto si ferma adesso, l'unico a cui potremmo chiedere aiuto è l'orso che, sicuramente, è nascosto dietro a quei cespugli ai margini della strada.
Siamo in macchina da ore e il paesaggio è rimasto sempre lo stesso.
Fuori ormai è completamente buio e la strada è illuminata solo dai cartelli che i nostri fari accendono quando la curva è ormai troppo vicina. E' anche vero che, di curve, da queste parti, non ce n'è traccia.

La guardia al confine canadese questa sera non sembra molto indaffarata.
Prima di noi... nessuno.
Dietro a noi... nessuno.
Guarda i passaporti, butta l'occhio nel sedile posteriore pieno di sacchetti di caramelle, sacchetti di patatine e sacchetti di calzini bagnati da Portland.
Mette un timbro e ci augura buona permanenza e buon viaggio.
Siamo in Canada e si vede perché adesso i cartelli dei limiti di velocità sono in Km/h e non più in miglia.
Mi sento già a casa.
Mancano ancora un'ora e mezza al nostro albergo e l'unica cosa che possiamo fare è sgranocchiare biscotti all'acero talmente dolci da farti cariare all'istante la dentiera.
Passiamo città come Magog, Bromont, Rougemont, tanto piccole e distanti dalla strada da non riuscire a intravederne neppure le luci, in compenso ha ricominciato a piovere.
Poca roba rispetto a Portland ma questa perturbazione sembra avere un piano ferie identico al nostro.
Là in fondo, dietro un ponte, si intravedono, tremolanti dai finestrini bagnati, i grattacieli della nostra prima città canadese.
E' tardi ma tutto il traffico che non abbiamo trovato durante questo pomeriggio è concentrato sulle brulicanti strade di Montrèal.
Il navigatore non azzecca una indicazione neanche a farlo apposta. Le poche vie che ci suggerisce sono tutte chiuse per lavori, la pioggia crea confusione e la stanchezza fa il resto. Siamo a tre miglia dall'albergo e continuiamo a girare a vuoto senza trovarlo.
Ancora una volta le mappe dei telefoni ci tirano fuori dai guai.
Portland - Montreal, 280 miglia, 5,30 ore di guida, un passo montano, una sosta in un paese fuori dal tempo, con annesso tentato omicidio e tantissima pioggia.
Noi siamo esausti, lei, la coreana dai sette anni di garanzia, no.
La riprendo per portarla al parcheggio dell'albergo dopo il check in.
Di solito le case automobilistiche per sponsorizzare le proprie auto si ispirano ad animali feroci, aggressivi, agili.
Non me ne vogliano alla Kia ma, sarà stata la stanchezza mentre mi allontanavo, lasciandola al parcheggio, ma l'unico animale a cui riuscivo ad associare la nostra compagna di viaggio era un enorme San Bernardo bianco con tanto di fiaschetta al collo.
Fermo nella sua cuccia, tutto bagnato, scalpitante per uscire di nuovo dopo una corsa in un prato e un po' mi dispiace lasciarla lì, per la notte, tutta sola.
A Montrèal il nostro "cane di salvataggio" ci serve per raggiungere il punto panoramico posto sulla sommità di un parco che guarda la città dall'alto.
Il traffico c'è, inutile negarlo, ed è anche intenso ma non così scorbutico come nelle città americane. Inoltre, in occasione dei campionati del mondo di calcio, Montrèal rivela la sua faccia di città multiculturale e meta di immigrazione da tutto il mondo anche nei suoi ingorghi. Tutte le macchine espongono bandierine della propria nazionale e il risultato è sorprendente. Un fiume di bandiere che avanza lento e colorato lungo la strada.
Posso dire che non ho ricordi della strada da Montreal a Ottawa?
Ricordo solo che avevo fame quando siamo arrivati e che la città mi è piaciuta subito a pelle. E' piccola, è graziosa, è curata ed ha un ché di vecchia Europa.
La giri senza bisogno di auto e la ricorderò con infinito affetto per averci permesso, dopo averla vista, di passare qualche ora in albergo a poltrire.
Posso dire che neppure della strada verso Toronto ricordo granché?
E, se in parte questi preoccupanti vuoti di memoria sono riconducibili all'età che galoppa, è anche vero che le Interstate che collegano queste città non fanno nulla per stuzzicare la mente.
Lunghe, grigie, piatte e per la maggior parte del tempo vuote.

Sarà per quella strana torre a forma di calippo ma lo skyline di Toronto ricorda vagamente quello di Berlino.
Toronto ha qualche problema di viabilità in più rispetto alle precedenti città canadesi. Molto traffico, molto casino, molti lavori in corso, molti suonatori di clacson.
In compenso ora che ho preso le dimensioni del mio cane da riporto bianco il traffico non è più un problema.
Lo è, invece, ancora una volta, il costo dei parcheggi. Alla fine ci facciamo rapinare dal parking ufficiale dell'albergo e, visto la cifra pagata, lasciamo le chiavi al car-vallet.
Odio avere la macchina e non poter tenere le chiavi in tasca. E se mi serve all'improvviso? E se c'è lo sciopero selvaggio dei parcheggiatori?
E se sto antipatico all'omino coi guanti e mi rifà la fiancata?
Ma queste sono paranoie solo mie, lo so.
Continua sulla terza e ultima tappa del viaggio. Toronto - Cascate del Niagara - Detroit - Chicago.
(Coming Soon)






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