Chrysler 200


Da Philadelphia a New York: traffico, code e imprevisti di viaggio


Domanda: Qual è una cosa che non si dovrebbe fare a New York?
Risposta: Guidare! Per tre motivi:
Il primo è che ci sono alternative valide come la metro che sono, in genere, più economiche e meno stressanti. 
La seconda è il traffico costituito per la maggior parte da taxi e auto con conducente che guidano in maniera, come dire, "creativa".
Il terzo è il costo dei parcheggi che, sarà pure regolato dalla spietata legge di domanda e offerta, ma quì avere un'auto privata è davvero un lusso per pochi.
Domanda: E dov'è che a Manhattan il traffico è più congestionato del solito?
Risposta: A Times Square. La piazza più colorata, famosa e visitata della città.
Domanda: E quand'è che il traffico congestionato si trasforma in ingorgo senza fine?
Risposta: Alle 18 / 18,30 del sabato pomeriggio, universalmente riconosciuto come orario dello struscio settimanale in ogni parte del mondo.
Quindi, riassumendo, guidare a Times Square il sabato pomeriggio verso le sei di sera non è una grande idea perché la scena che ti si presenta è all'incirca quella della foto quì sotto.


Alla faccia delle partenze intelligenti...
E dire che la giornata era iniziata nel migliore dei modi.
La mattina a Philadelphia splendeva il sole ma non era caldo. Sapevamo dove andare a ritirare l'auto a colpo sicuro visto che era lo stesso piazzale dove il giorno prima avevamo lasciato la Chevrolet Impala, la prima delle tre compagne di viaggio nel tour dell'East Coast.


Direzione N.Y., vecchia conoscenza di viaggi passati da ormai troppo tempo.
E, ciliegina sulla torta, le chiavi che l'addetto dell'autonoleggio ci aveva consegnato, frugando a caso in un cestone delle sorprese, erano di una Chrysler 200, un'auto che avevo voglia di provare da tempo.
Questa Chrysler mi incuriosiva per diversi motivi. Di bell'aspetto, molto americana ma, al tempo stesso, è stata uno dei modelli del rilancio del gruppo durante la "cura" Marchionne.
Un'auto in cui sicuramente il gruppo credeva se è vero che, nel bene o nel male, quest'auto è arrivata anche in Italia con il marchio Lancia.
Devo ammettere che, mentre mi avvicinavo all'auto, le aspettative non erano molto alte. Questa rimane comunque una "piccola" berlina per il mercato USA che tradotto significa tanto spazio, finiture fatte per durare e porta-lattine ovunque.
Poi apri la porta e i luoghi comuni scompaiono.


Delle porte pesanti, una plancia morbida al tatto, un volante delle giuste dimensioni rivestito di pelle, pochi comandi e ben distribuiti.
Mezzo giro di chiave per scoprire che, come al solito, non ci sono sorprese. Un motore a benzina che gira silenzioso e un cambio automatico da mettere in Drive.
Al grido di "Imported from Detroit" quest'auto trasuda america quanto un doppio cheeseburgher con patatine. Questa volta però "trasuda" solo per quanto riguarda gli aspetti positivi.
Già dai primi metri, immersi nel traffico di Philadelphia, questa Chrysler riesce a convincere che è qualcosa di più di un porta-bicchieri su quattro ruote.


Le strade in città cambiano continuamente. Passiamo da grigie tangenziali a stradine di quartieri semi deserte delimitate da villette talmente ordinate da sembrare finte.
Il tempo di riprendere le valigie dall'albergo, stupirci delle dimensioni del bagagliaio e siamo di nuovo in strada, direzione N.Y.C.



A differenza che in California nella East Coast sono molte le strade a pagamento. Continuiamo a fermarci a pagare piccoli pedaggi mentre il paesaggio scorre ai nostri lati.
Periferie di città disegnate da enormi casermoni tutti uguali e tutti ugualmente anonimi, campagne coltivate e ancora boschi.


Difficile parlare di handling, di sterzo o di freni su strade che sanno solo andare diritte e dove, se ti va bene (ma proprio bene bene), puoi toccare le 65 miglia orarie.
Non che abbiamo fretta di arrivare ma ogni tanto una curva, anche solo per fare qualcosa, sarebbe la benvenuta.
In compenso si può parlare di confort. Non è un'auto soffice come si conviene alle americane dure e pure. Piuttosto è un'auto ben costruita, compatta, non rigida, ma neppure troppo molleggiata.
Entro i limiti è molto silenziosa ma va pur detto che entro i limiti americani è un vincere facile.
Impianto HI-FI di gran classe e cambio automatico ben fatto, decisamente adeguato alla vettura. Pochi o nessun slittamento, sa sempre che marcia mettere e raramente è indeciso su cosa fare.


L'impianto frenante di sicuro non è un componente soggetto a grandi stress da queste parti ma, se non posso esprimere un giudizio su staccate in pista o prove di affaticamento, posso almeno dire che il comando è ben modulabile, con una corsa abbastanza corta, mai spugnoso e ben dosabile.
Il freno a mano è a pedale. Per chi è abituato ad avere alla propria sinistra il pedale della frizione (cioè nessuno nel paese del "comodo è bello, comodo è meglio") questo significa, ad ogni cambio marcia, fare un testa coda.
Un paio di ore più tardi, freschi e riposati, intravediamo l'inconfondibile skyline della grande mela sulla nostra destra.


I boschi lasciano posto ad una periferia industriale, le corsie si allargano fino a diventare sei per senso di marcia.
Lasciamo la I-95, l'Interstate che ci ha guidato da Philadelphia fino a Manhattan, in direzione Lincoln Tunnel.
Sono circa le quattro del pomeriggio e siamo in anticipo rispetto al previsto.


Una lunghissima curva si annoda su se stessa in discesa fino all'imbocco del tunnel lasciandoci intravedere un'unica, immobile, coda di auto.
Siamo a poche miglia da una serata a New York e non possiamo muoverci.
Il cambio automatico fa il lavoro sporco al posto mio, lo sterzo leggerissimo mi consola e lo stereo mi distrae dal nervoso di non poter arrivare alla meta.
Un incidente ha bloccato una corsia di accesso al tunnel. A mano a mano che ci avviciniamo all'ingresso l'imbuto che permette di incanalarsi nell'unica corsia disponibile si stringe. Otto o nove colonne di auto che devono stringersi in una unica carreggiata per arrivare a Manhattan.
Accanto a noi si affiancano auto e persone molto diverse per genere, età e classe sociale. Si va dai ragazzi squattrinati su vecchie Honda Civic tenute insieme con il nastro adesivo ad enormi Escalade con i vetri oscurati e la musica RAP a tutto volume che, mettendo da parte l'orgoglio automobilistico, lascio mi passino avanti.
Penso anche a chi sta peggio quando vedo la faccia dell'autista di limousine qualche fila più in là che non sa più come guadagnare qualche posizione.
Cortesia e buone maniere non sono la tattica giusta se vogliamo essere in albergo prima che sorga l'alba.
Tengo il piede sul freno e lascio che l'auto inizi a scorrere lentamente in avanti, senza mai fermarsi, seguendo il vecchio adagio "provaci o muori nel tentativo di farlo".
Mi inimico subito un Land Cruiser grigio che vuole schiacciarci, mi faccio insultare da un signore più largo che alto su una fiammante Mustang rossa mentre tutto intorno si sentono sirene della polizia e luci dell'ambulanza che non si capisce da dove arrivino.
Oltre che pigro ora sono anche stressato.
Un'ora dopo l'inizio della fila finalmente mi incanalo nell'agognata corsia del tunnel e inizio a rilassarmi.


Il traffico nel tunnel è, come si suol dire alla radio, intenso ma scorrevole e, in pochi minuti, sbuchiamo all'altezza della 40° street. Saremmo perfetti per andare sia all'appartamento che al noleggio dell'auto ma l'imprevisto è  dietro l'angolo.
L'imprevisto si chiama Manhattan, anzi, l'imprevisto si chiama grattacieli che, con le loro altezze e le loro pareti di cemento, come era già successo a Philadelphia, disturbano il segnale GPS che va e viene.
Più va che viene...
Mi incanalo nella prima arteria di traffico che trovo e ovviamente sbaglio direzione.
I cellulari ci soccorrono al volo. Non si sa per quale motivo il loro GPS funziona.
Finalmente N.Y.!
Le prime vie scorrono felici. Poco traffico, finalmente si riesce ad andare abbastanza forte da far scattare la sicura delle porte.


Da quanto volevo rivedere questi posti. E adesso li ammiro comodamente seduto alla guida di una piccola berlina che ha fatto di tutto per farmi trascorrere qualche ora di piacevole guida.
Non faccio tempo a terminare il pensiero che siamo di nuovo in coda.
Poche decine di metri a dire la verità.
Un sabato pomeriggio, su una street qualunque di Manhattan, oltre un semaforo rosso, un fiume giallo di taxi scorre lentissimo lungo una Avenue.
Il flusso è continuo tanto che il semaforo è solo un suggerimento così, quando per noi è verde ci troviamo di fronte ad un muro giallo del tutto non curante di quello che avviene intorno.


La situazione si inverte quando per noi scatta il verde e possiamo iniziare a muoverci lentamente, spinti dagli automobilisti dietro a noi, fino a rimanere incastrati nel mezzo dell'incrocio incalzati alla nostra sinistra da un'onda anomala di auto che pretende strada.
Il tutto accompagnato da un coro di clacson e improperi in diverse lingue.
Anche questo non è molto rilassante.
La cosa si ripete per un paio di incroci poi finalmente una strada libera. Siamo sulla Avenue of the Americas in direzione Nord.


I ciclisti schizzano da tutte le parti, i pedoni attraversano ad ogni angolo, i furgoncini delle consegne sbucano all'improvviso.
Pensavo sarei riuscito a godermi di più la sensazione di fare il tassista tra le Avenue e le Street di Manhattan, invece devo passare il tempo a cercare di non uccidere nessuno o rifare la fiancata di un'auto non mia.
L'appartamento, non ci credo!
E poco più avanti anche un posto libero per parcheggiare!
Quel posto deve essere mio. Guido quest'auto da circa tre ore di cui due le prime due le ho passate su strade deserte e l'altra in un ingorgo cittadino. So a malapena che lì dietro c'è un bagagliaio di colore rosso con le nostre valigie e visto che non sta suonando alcun cicalino deduco che questo modello non ha i sensori di parcheggio.
Guardo dietro. In pochi secondi si è creata una colonna di auto e furgoncini dal clacson facile. Sui marciapiedi ci sono una marea di turisti.
Mi sento un po' osservato e non ho voglia di finire su Youtube nella categoria "Parcheggi imbarazzanti a New York", così faccio finta di sapere parcheggiare.
Mi allineo all'auto davanti, metto la retro, giro tutto il volante a sinistra, mollo il freno e lascio che l'auto si infili da sola in quello spiazzo.
Che incredibile botta di... fortuna!
E' entrata al primo colpo. Un po' larga rispetto al marciapiede ma è andata anche troppo bene.


Avrei bisogno di riposare qualche minuto ma lasciare l'auto in sosta qualche minuto a Manhattan costa quanto la berlina che stiamo guidando.
Venti minuti più tardi siamo di nuovo in strada e all'inizio di questa storia.
Alle 18,30 di un sabato pomeriggio imbottigliati nel traffico di Times Square.


Quindi concludendo:
Consiglieresti di venire a New York in macchina?
Di sicuro non è una mossa intelligente: è stressante, costoso, lento e ci sono buone possibilità di portarti a casa, come souvenir della Grande Mela, un pedone o un ciclista.
Ma se ti piace guidare e se ti piacciono le auto, guardare le luci di Times Square o i grattacieli che delimitano le Avenue di Manhattan da dietro un parabrezza è un istante del tuo curriculum automobilistico che ti piacerà ricordare.
E per una volte nella vita sarai contento di essere rimasto imbottigliato in un ingorgo.

Il viaggio continua a bordo di una Kia Optima da New York a Chicago, facendo il giro largo per il Canada.



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