Lo sapevo che
sarebbe successo, prima o poi era inevitabile.
Gli anni
passano per tutti e gli impegni, il lavoro, l’essere sempre di fretta…
Quello che
non immaginavo è che sarebbe successo nel retro della Central
Station di Washington.
Ma del resto dove, se non in un anonimo parcheggio multi piano per auto a noleggio?
Ed è così
che, in un tardo pomeriggio di inizio estate, mentre un addetto con la camicia sbottonata e sudata mi chiede quale berlina voglio realizzo quello che, in
fondo in fondo, già sapevo ma non volevo confessarmi.
Non conosco più le auto come un tempo.
Non che non
mi piacciano più ma resta un dato di fatto. Fino a pochi anni fa sapevo a
memoria il listino delle auto dalla A alla Z con nomi,
motorizzazioni, potenza, coppia, accessori e molto altro.
Oggi ne so molto meno. E non mi nascondo dietro il dito che il numero di auto e marchi negli ultimi vent'anni è cresciuto a dismisura perché questo è vero solo in parte.
Il punto è che il mio interesse per le auto si è modificato. Oggi, più del mezzo, mi attrae il viaggio.
Anzi, non viaggiare ma guidare. Non mi interessa cosa, quanto o dove. L'importante è che abbia un volante e quattro ruote.
Il me quindicenne con i brufoli alla ricerca dell'ultimo modello non capirebbe e forse non approverebbe ma tant'è.
Il punto è che il mio interesse per le auto si è modificato. Oggi, più del mezzo, mi attrae il viaggio.
Anzi, non viaggiare ma guidare. Non mi interessa cosa, quanto o dove. L'importante è che abbia un volante e quattro ruote.
Il me quindicenne con i brufoli alla ricerca dell'ultimo modello non capirebbe e forse non approverebbe ma tant'è.
Un lungo preambolo che si conclude con un momento di indifferenza. Indifferenza per la scelta tra tre possibili alternative dell'auto che mi accompagnerà
da Washington a Philadelphia che mi sta proponendo il paffuto addetto al
noleggio.

Una Chevrolet
Impala, una delle ultime vecchia serie prima di essere sostituita dal model year 2014, rigorosamente color grigio auto noleggio, una Nissan Maxima con i vetri
oscurati color sangue da morto sparato e una Chrysler 200 anche lei in
versione grigio flotta aziendale pronta per risultare invisibile agli occhi del
mondo.
Le guardo e
penso che non so nulla di loro.
Allo stesso
tempo realizzo che non mi interessa. Sono solo oggetti che mi serviranno per
andare da A a B.
Circa 200 miglia e quattro ore di strada.
Circa 200 miglia e quattro ore di strada.
Chissà, forse
era meglio andare in treno.
Se mi sentisse
il me quindicenne mi spingerebbe giù dalle scale e forse non avrebbe tutti i
torti.
Prendo le chiavi della Chevrolet.
Preferirei le chiavi della Nissan Maxima ma sono nella capitale degli Stati Uniti, una delle tappe del nostro itinerario sarà Detroit, luogo magico per gli appassionati di auto dove tutto è iniziato e non mi sembra il caso di intraprendere il viaggio con una macchina che, per quanto valida, è pur sempre una "straniera".
La Chrysler
200 di per sé sembra anche interessante ma è parcheggiata male tra due colonne e vorrei evitare di rifare la fiancata di un’auto appena presa a nolo davanti all'addetto delle consegne.
Una veloce analisi costi / benefici mi porta dunque alla scelta della Chevrolet.
Mi accomodo
al posto di guida: la poltrona grande quanto il divano di casa mi inghiotte, le
plastiche della plancia dure sopra le quali sono incollate alla meglio degli
inserti in finta radica, un impianto hi-fi da concerto negli stadi e porta-bicchieri ovunque.
L’America in
formato berlina a quattro porte.
Giro la
chiave. Un ronzio sommesso e una rotondità di funzionamento al minimo che solo
agli americani riesce.
Lì per lì
scommetterei che sotto il cofano c’è un V6, non avrei dubbi, troppo rotondo e
totalmente privo di vibrazioni al minimo.
Scommetterei
e perderei perché più tardi, in albergo, curioso in internet e scopro che la
motorizzazione base per quest’auto (quella che adottano le auto a noleggio) è un 2.500 L4 dalla potenza indefinita.
Si perché
agli americani mica interessa cosa c’è sotto al cofano. A loro basta sapere la
cilindrata e sfidarsi a chi ce l’ha più grossa.
Da qualche anno, da quando un gallone di benzina costa un po’ più di una
cassa di acqua naturale, hanno iniziato a controllare anche il consumo.
Il resto, numero di cilindri, potenza e coppia sono cose da europei.
Il resto, numero di cilindri, potenza e coppia sono cose da europei.
Anche il
cambio è americano nel senso che pure a lui piace comodo. Cambia poco, se
proprio deve farlo, altrimenti ci penserà la coppia del motore lì davanti a fare il
lavoro sporco.
Metto in D e
mi muovo lentamente cercando di capire dove inizia e dove finisce quest’auto,
media per gli standard americani, da patente C per gli standard nostrani.
Inizio la
discesa nelle rampe a vite infinita dei parcheggio multi piano.
Mi metto in strada ma devo girare a sinistra. Un dubbio mi assale: "quando il
muso avrà attraversato tutte e sei le corsie il bagagliaio sarà ancora fermo dentro al parcheggio?".
Mi faccio
troppi problemi. Accelero e la macchina schizza avanti con un leggero
slittamento del cambio.
Il traffico è intenso ma ordinato e io ho ben poco da fare. Accelero, freno, metto la freccia. Al resto pensa lei, cinque metri di grigio metallo su quattro ruote, per nulla interessata a dissimulare le sue dimensioni "importanti".
Sterzo morbidissimo nel cui vocabolario non esistono le parole precisione e sensibilità, del cambio non ti deve interessare perché tanto “ci pensa lui”, le sospensioni sono morbide e quello che non riescono a filtrare comunque non disturberà le tue nobili terga perché l’asperità verrà assorbita da ancor più soffici sedili.
Il traffico è intenso ma ordinato e io ho ben poco da fare. Accelero, freno, metto la freccia. Al resto pensa lei, cinque metri di grigio metallo su quattro ruote, per nulla interessata a dissimulare le sue dimensioni "importanti".
Sterzo morbidissimo nel cui vocabolario non esistono le parole precisione e sensibilità, del cambio non ti deve interessare perché tanto “ci pensa lui”, le sospensioni sono morbide e quello che non riescono a filtrare comunque non disturberà le tue nobili terga perché l’asperità verrà assorbita da ancor più soffici sedili.
Una serata come tante in un nuvoloso giugno a Washington. Le strade sono semi-deserte, poca gente in giro, lo stereo in sottofondo e la voce gentile del navigatore a guidarci.
Destinazione 1.600 Pennsylvania Ave, Washington, meglio conosciuta come Casa Bianca.
Anche questa volta il rapporto con il navigatore non è dei migliori. A quanto pare non vuole portarci alla White House, forse vota repubblicano o forse è un po' lento nel posizionarci, fatto sta che alla fine decidiamo di fare da soli.
Parcheggiamo a lato della strada a due passi dalla casa del Presidente, paghiamo qualche centesimo di dollaro e ci avviciniamo a piedi in una zona chiusa al traffico.
Qualche foto e di nuovo in macchina verso il Capitol Hill.
Il navigatore questa volta sembra più convinto e ci guida sicuri.
La mancanza di traffico permette di non curarsi della lunghezza di questa Chevy che però dà subito grande confidenza con le sue dimensioni.
Gli ampi finestrini, una linea di cintura non eccessivamente alta e uno spoiler posteriore basso, permettono di capire fin dai primi metri dove e quando andrai a rifarti la fiancata.
L'unica nota negativa sono gli specchietti, piccoli e tagliati nella parte esterna che, saranno pure aerodinamici, ma fanno solo immaginare cosa succede dietro e di 3/4.
Arriviamo a pochi metri dal Capitol Hill. Illuminato, il suo marmo bianco spicca nel buio della notte.
Le sospensioni soffici, il motore silenzioso, poche luci nell'abitacolo e una città che ormai è andata a dormire.
Rientriamo in albergo dopo una lunga giornata fatta di pranzi improvvisati, stupore e luoghi visti centinaia di volte in tv.
Nuovo giorno tutto da guidare. Salutiamo Washington per una destinazione curiosa e non troppo turistica: Lancaster, 120 miglia di vera campagna americana alla ricerca degli Amish.
L'occasione di fare un po' di strada fuori dalle solite Interstate e di capire meglio questa Impala con cui finora abbiamo percorso poche miglia a passo d'uomo nella capitale.
Uscire da Washington si rivela una operazione abbastanza lunga. La periferia della città sembra non voler finire mai.
Rimaniamo circondati da lunghi camion, immersi nel flusso di traffico che si muove lento ma un po' caotico sulle tre / quattro corsie sempre a disposizione per senso di marcia.
E qui si apprezza quella dimensione smisurata che prima sapeva tanto di spreco di spazio ed eccesso di lamiera.
Guidare cinque metri di ferro e gomma ti fa sentire meno piccolo e indifeso su strade il cui ultimo dei problemi è lo spazio.
La campagna ci attende. E' tanta, è verde, è coltivata e le strade, seppur più piccole, continuano ad essere maledettamente dritte.
Se accennano ad una curva lo fanno con preavviso e senza esagerare.
Passiamo una serie infinita di piccole case affacciate sulla strada circondate da ettari di ordinata campagna.
Il motore quasi non si sente, gira sempre attorno ai 2.000 giri. Il cambio non ha molto da fare e ogni tanto, di fronte a qualche salita, decide di scalare una marcia, poi ci ripensa e torna a quella superiore.
Tocco le plastiche attorno a me sulla plancia. Sono dure ma non fanno rumori, i tessuti dei sedili sono semplici ma robusti, i bottoni pochi e grandi a prova di ditone americano XXL.
Quest'auto è fatta per durare a lungo.
In lontananza un contadino barbuto a bordo di un vecchio carro ci fa sperare di aver visto un Amish.
Arriviamo a Lancaster verso mezzogiorno, non c'è anima viva in giro per il paese.
Parcheggiamo, ci guardiamo in giro. Nessuno in vista.
Risaliamo in macchina e ripartiamo, nessuno di noi è stanco.
Esiste un complimento migliore da fare ad un'auto nata per viaggiare?
Direzione Philadelphia, 80 miglia più a Nord.
La strada accenna a qualche curva. La guida è tutto tranne che sportiva ma gli appoggi sono solidi. I trasferimenti di carico sono evidenti ma non danno fastidio soprattutto considerando che il limite massimo che abbiamo scrupolosamente rispettato fino ad ora è stato di 45 miglia orarie (poco più di 70 km/h). In ogni caso il sottosterzo marcato invita a prendere tutto con molta calma.
Gli ospiti seduti dietro ringraziano.
Forse quest'auto si apprezza di più da passeggero dove si può godere di un salotto su ruote che cerca in tutti i modi di farti dimenticare i km che ti separano dalla meta lasciandoti racchiuso in un mondo ovattato.
Adesso che ci penso, è lo stesso approccio che si ha al volante, forse è questo lo spirito con cui va presa quest'auto.
Meno guida, più viaggio.
Là in fondo, dietro all'enorme parabrezza, al di là di quel cofano infinito, si intravede l'inconfondibile skyline di Philadelphia.
Le strade si allargano e si riempiono di traffico che scorre veloce accanto a noi.
Il navigatore si diverte a farci cambiare corsia indeciso su quale svincolo prendere. Il cambio ha qualche indecisione a scalare marcia e le auto ci sorpassano su entrambi i lati.
Lentamente, una corsia alla volta, usciamo da quel fiume di metallo che scorre veloce, diretto chissà dove e che si tuffa nei meandri della città, inghiottita da sottopassi come in un fiume sotterraneo.
E' una bella giornata e i grattacieli rispecchiano un cielo azzurro. Le strade secondarie sono larghe quanto l'highway da cui siamo appena usciti ma sono decisamente meno trafficate.

Mezzogiorno è passato da un pezzo e noi non abbiamo ancora pranzato. La nostra destinazione è Tony Luke's una tavola calda nella prima periferia della città famosa per la sua cheese steak, panino tipico di Philadelphia.
Tornare in un'auto arroventata dal sole a picco, in un parcheggio vuoto, dopo trenta cm di panino ripieno di carne e formaggio non è facile ma il clima semi automatico della nostra Chevy ci viene in soccorso.
E' un vero clima american style in grado di contrastare anni di riscaldamento globale in cinque minuti.
Otto minuti più tardi e stiamo congelando, pronti per una congestione fulminante.
Il problema maggiore è che, se lo stacchiamo, torneremo a cucinarci in un tempo ancora più rapido.
O tutto o niente.
Direzione albergo per lasciare le valigie.
Se l'impressione, entrando in città, era stata di un luogo frenetico e un po' caotico, le stradine interne rivelano una metropoli misurata, verde, il cui intreccio è composto da file di piccole case ben curate.
Ci registriamo, rimaniamo qualche minuto in albergo a riposarci e riprendiamo l'auto per l'ultimo tratto insieme.
Con lei attraverseremo la città da parte a parte. Dalla 5th St. fino alla 30th St. percorrendo Market St., passando per l'Indipendence Park, la Liberty Bell e girando attorno al City Hall fino ad addentrarci dentro alla Downtown piena di grattacieli fatti apposta per far perdere il segnale del GPS.
Poi ancora oltre, attraversando il Schuylkill river fino alla stazione dei treni dove dovrebbe trovarsi l'agenzia dell'autonoleggio.
Siamo in centro città e il traffico è intenso e nervoso, molto diverso da quello californiano più lento e rilassato.
Ma è il traffico stesso a darci una mano; la colonna di auto permette di capire per tempo qual'è la corretta corsia da tenere e quale sarà la prossima street dove girare.
I comandi leggeri e il cambio automatico permettono di rilassarsi e godersi il panorama che scorre fuori dai finestrini mentre il sole, tramontando, riflette i suoi ultimi raggi sulle finestre a specchio dei grattacieli.
Sembra di guardare un documentario alla televisione tanta è la distanza tra chi è dentro la macchina e il mondo reale là fuori.
Se non è un complimento per un'auto sportiva di sicuro lo è per una macchina progettata per liquidare centinaia di km al giorno.
I grattacieli vorrebbero rovinarci il momento disturbando il segnale del GPS ma orientarsi nelle griglie che sono le città americane non è difficile, a noi basta proseguire sempre dritto.
Il momento difficile arriva quando ci accorgiamo che lo stesso navigatore, che ormai si è ripreso, ci sta facendo girare in tondo senza trovare la via del noleggio auto.
La stanchezza inizia a farsi sentire e la tentazione di lanciare il saputello schermo parlante fuori dal finestrino è forte ma so anche che se non lo riporto mi accrediteranno 300 e rotti dollari sulla carta di credito.
Conto fino a 10, lo chiudo, lo insulto e accosto.
Le mie compagne di viaggio si avventurano all'interno della stazione per chiedere lumi e mi lasciano parcheggiato in macchina.
Ingannando l'attesa ripenso ai km passati sulla mia compagna di viaggio.
Solo due giorni e 330 km per riscoprire, dopo due anni, quel modo di viaggiare tutto americano, fatto di concretezza invece che di futile, di comodo invece che di sportivo, di duraturo piuttosto che complesso per il gusto di essere tecnologico.
Perché si, questa Chevrolet ormai prossima alla pensione, ha molti difetti se giudicati con i severi standard europei ma qui siamo negli Stati Uniti dove la benzina si vende al gallone, dove la macchina serve prima di tutto per spostarsi, dove l'auto si paga un tanto al kg e soprattutto dove le strade sono lunghe, dritte e noiose.
E allora una Chevrolet Impala grigia diventa una fantastica compagna di viaggio perché i km volano, il tuo sedere sprofonda in un divano comodo e là fuori il mondo scorre veloce e lontano.
E non importa se il cambio non è perfetto, se lo sterzo non è un coltello affilato per la pista e se le sospensioni sono così morbide da farti venire il mal di mare.
La ricetta che ne esce funziona maledettamente bene se è vero che, l'unico vero problema che abbiamo avuto, è stato il navigatore che litigava con i palazzi del centro per cercare un satellite in grado di badare a tre turisti pigri alla ricerca di un parcheggio.
Troviamo il luogo della riconsegna con un nuovo indirizzo.
Non faccio tempo a salutare i cinque metri di grigia lamiera su ruote che un addetto se la porta via per il prossimo cliente e il suo prossimo viaggio.
Destinazione 1.600 Pennsylvania Ave, Washington, meglio conosciuta come Casa Bianca.
Anche questa volta il rapporto con il navigatore non è dei migliori. A quanto pare non vuole portarci alla White House, forse vota repubblicano o forse è un po' lento nel posizionarci, fatto sta che alla fine decidiamo di fare da soli.
Parcheggiamo a lato della strada a due passi dalla casa del Presidente, paghiamo qualche centesimo di dollaro e ci avviciniamo a piedi in una zona chiusa al traffico.
Qualche foto e di nuovo in macchina verso il Capitol Hill.
Il navigatore questa volta sembra più convinto e ci guida sicuri.
La mancanza di traffico permette di non curarsi della lunghezza di questa Chevy che però dà subito grande confidenza con le sue dimensioni.
Gli ampi finestrini, una linea di cintura non eccessivamente alta e uno spoiler posteriore basso, permettono di capire fin dai primi metri dove e quando andrai a rifarti la fiancata.
L'unica nota negativa sono gli specchietti, piccoli e tagliati nella parte esterna che, saranno pure aerodinamici, ma fanno solo immaginare cosa succede dietro e di 3/4.
Arriviamo a pochi metri dal Capitol Hill. Illuminato, il suo marmo bianco spicca nel buio della notte.
Le sospensioni soffici, il motore silenzioso, poche luci nell'abitacolo e una città che ormai è andata a dormire.
Rientriamo in albergo dopo una lunga giornata fatta di pranzi improvvisati, stupore e luoghi visti centinaia di volte in tv.
Nuovo giorno tutto da guidare. Salutiamo Washington per una destinazione curiosa e non troppo turistica: Lancaster, 120 miglia di vera campagna americana alla ricerca degli Amish.
L'occasione di fare un po' di strada fuori dalle solite Interstate e di capire meglio questa Impala con cui finora abbiamo percorso poche miglia a passo d'uomo nella capitale.
Uscire da Washington si rivela una operazione abbastanza lunga. La periferia della città sembra non voler finire mai.
Rimaniamo circondati da lunghi camion, immersi nel flusso di traffico che si muove lento ma un po' caotico sulle tre / quattro corsie sempre a disposizione per senso di marcia.
E qui si apprezza quella dimensione smisurata che prima sapeva tanto di spreco di spazio ed eccesso di lamiera.
Guidare cinque metri di ferro e gomma ti fa sentire meno piccolo e indifeso su strade il cui ultimo dei problemi è lo spazio.
La campagna ci attende. E' tanta, è verde, è coltivata e le strade, seppur più piccole, continuano ad essere maledettamente dritte.
Se accennano ad una curva lo fanno con preavviso e senza esagerare.
Passiamo una serie infinita di piccole case affacciate sulla strada circondate da ettari di ordinata campagna.
Il motore quasi non si sente, gira sempre attorno ai 2.000 giri. Il cambio non ha molto da fare e ogni tanto, di fronte a qualche salita, decide di scalare una marcia, poi ci ripensa e torna a quella superiore.
Tocco le plastiche attorno a me sulla plancia. Sono dure ma non fanno rumori, i tessuti dei sedili sono semplici ma robusti, i bottoni pochi e grandi a prova di ditone americano XXL.
Quest'auto è fatta per durare a lungo.
In lontananza un contadino barbuto a bordo di un vecchio carro ci fa sperare di aver visto un Amish.
Arriviamo a Lancaster verso mezzogiorno, non c'è anima viva in giro per il paese.
Parcheggiamo, ci guardiamo in giro. Nessuno in vista.
Risaliamo in macchina e ripartiamo, nessuno di noi è stanco.
Esiste un complimento migliore da fare ad un'auto nata per viaggiare?
Direzione Philadelphia, 80 miglia più a Nord.
La strada accenna a qualche curva. La guida è tutto tranne che sportiva ma gli appoggi sono solidi. I trasferimenti di carico sono evidenti ma non danno fastidio soprattutto considerando che il limite massimo che abbiamo scrupolosamente rispettato fino ad ora è stato di 45 miglia orarie (poco più di 70 km/h). In ogni caso il sottosterzo marcato invita a prendere tutto con molta calma.
Gli ospiti seduti dietro ringraziano.
Forse quest'auto si apprezza di più da passeggero dove si può godere di un salotto su ruote che cerca in tutti i modi di farti dimenticare i km che ti separano dalla meta lasciandoti racchiuso in un mondo ovattato.
Adesso che ci penso, è lo stesso approccio che si ha al volante, forse è questo lo spirito con cui va presa quest'auto.
Meno guida, più viaggio.
Là in fondo, dietro all'enorme parabrezza, al di là di quel cofano infinito, si intravede l'inconfondibile skyline di Philadelphia.
Le strade si allargano e si riempiono di traffico che scorre veloce accanto a noi.
Il navigatore si diverte a farci cambiare corsia indeciso su quale svincolo prendere. Il cambio ha qualche indecisione a scalare marcia e le auto ci sorpassano su entrambi i lati.
Lentamente, una corsia alla volta, usciamo da quel fiume di metallo che scorre veloce, diretto chissà dove e che si tuffa nei meandri della città, inghiottita da sottopassi come in un fiume sotterraneo.
E' una bella giornata e i grattacieli rispecchiano un cielo azzurro. Le strade secondarie sono larghe quanto l'highway da cui siamo appena usciti ma sono decisamente meno trafficate.
Mezzogiorno è passato da un pezzo e noi non abbiamo ancora pranzato. La nostra destinazione è Tony Luke's una tavola calda nella prima periferia della città famosa per la sua cheese steak, panino tipico di Philadelphia.
Tornare in un'auto arroventata dal sole a picco, in un parcheggio vuoto, dopo trenta cm di panino ripieno di carne e formaggio non è facile ma il clima semi automatico della nostra Chevy ci viene in soccorso.
E' un vero clima american style in grado di contrastare anni di riscaldamento globale in cinque minuti.
Otto minuti più tardi e stiamo congelando, pronti per una congestione fulminante.
Il problema maggiore è che, se lo stacchiamo, torneremo a cucinarci in un tempo ancora più rapido.
O tutto o niente.
Direzione albergo per lasciare le valigie.
Se l'impressione, entrando in città, era stata di un luogo frenetico e un po' caotico, le stradine interne rivelano una metropoli misurata, verde, il cui intreccio è composto da file di piccole case ben curate.
Ci registriamo, rimaniamo qualche minuto in albergo a riposarci e riprendiamo l'auto per l'ultimo tratto insieme.
Con lei attraverseremo la città da parte a parte. Dalla 5th St. fino alla 30th St. percorrendo Market St., passando per l'Indipendence Park, la Liberty Bell e girando attorno al City Hall fino ad addentrarci dentro alla Downtown piena di grattacieli fatti apposta per far perdere il segnale del GPS.
Poi ancora oltre, attraversando il Schuylkill river fino alla stazione dei treni dove dovrebbe trovarsi l'agenzia dell'autonoleggio.
Siamo in centro città e il traffico è intenso e nervoso, molto diverso da quello californiano più lento e rilassato.
Ma è il traffico stesso a darci una mano; la colonna di auto permette di capire per tempo qual'è la corretta corsia da tenere e quale sarà la prossima street dove girare.
I comandi leggeri e il cambio automatico permettono di rilassarsi e godersi il panorama che scorre fuori dai finestrini mentre il sole, tramontando, riflette i suoi ultimi raggi sulle finestre a specchio dei grattacieli.
Sembra di guardare un documentario alla televisione tanta è la distanza tra chi è dentro la macchina e il mondo reale là fuori.
Se non è un complimento per un'auto sportiva di sicuro lo è per una macchina progettata per liquidare centinaia di km al giorno.
I grattacieli vorrebbero rovinarci il momento disturbando il segnale del GPS ma orientarsi nelle griglie che sono le città americane non è difficile, a noi basta proseguire sempre dritto.
Il momento difficile arriva quando ci accorgiamo che lo stesso navigatore, che ormai si è ripreso, ci sta facendo girare in tondo senza trovare la via del noleggio auto.
La stanchezza inizia a farsi sentire e la tentazione di lanciare il saputello schermo parlante fuori dal finestrino è forte ma so anche che se non lo riporto mi accrediteranno 300 e rotti dollari sulla carta di credito.
Conto fino a 10, lo chiudo, lo insulto e accosto.
Le mie compagne di viaggio si avventurano all'interno della stazione per chiedere lumi e mi lasciano parcheggiato in macchina.
Ingannando l'attesa ripenso ai km passati sulla mia compagna di viaggio.
Solo due giorni e 330 km per riscoprire, dopo due anni, quel modo di viaggiare tutto americano, fatto di concretezza invece che di futile, di comodo invece che di sportivo, di duraturo piuttosto che complesso per il gusto di essere tecnologico.
Perché si, questa Chevrolet ormai prossima alla pensione, ha molti difetti se giudicati con i severi standard europei ma qui siamo negli Stati Uniti dove la benzina si vende al gallone, dove la macchina serve prima di tutto per spostarsi, dove l'auto si paga un tanto al kg e soprattutto dove le strade sono lunghe, dritte e noiose.
E allora una Chevrolet Impala grigia diventa una fantastica compagna di viaggio perché i km volano, il tuo sedere sprofonda in un divano comodo e là fuori il mondo scorre veloce e lontano.
E non importa se il cambio non è perfetto, se lo sterzo non è un coltello affilato per la pista e se le sospensioni sono così morbide da farti venire il mal di mare.
La ricetta che ne esce funziona maledettamente bene se è vero che, l'unico vero problema che abbiamo avuto, è stato il navigatore che litigava con i palazzi del centro per cercare un satellite in grado di badare a tre turisti pigri alla ricerca di un parcheggio.
Troviamo il luogo della riconsegna con un nuovo indirizzo.
Non faccio tempo a salutare i cinque metri di grigia lamiera su ruote che un addetto se la porta via per il prossimo cliente e il suo prossimo viaggio.









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